Art, Cose by Night, Fare Cose, Fare Cose Black Edition, Music, Weekend

Benjamin Clementine al Teatro Arena Del Sole di Bologna.

Quando un concerto capita nella città giusta, nel momento giusto nella carriera dell’artista e nella location giusta succede che diventa un evento culturale.

È quello che è successo con il concerto di ieri sera di Benjamin Clementine, al Teatro Arena Del Sole di Bologna. Dopo essere uscito a Gennaio col suo primo album full-length At Least For Now, Clementine sta guadagnandosi l’attenzione del grande pubblico e della critica, anche grazie alle apparizioni televisive ed al tour che lo stanno portando in giro per il mondo. La data di Bologna era stata annunciata a Febbraio, organizzata da Covo Club in collaborazione col Comune di Bologna ed il Teatro Arena Del Sole.

Ho avuto la fortuna di poter fotografare l’evento, come potrete notare. Ai fotografi era permesso di muoversi liberamente ai lati della platea e di fotografare terzo, quarto e quinto brano della scaletta.

Appena aperte le porte della sala mi apposto dal lato verso il quale sarebbe stato rivolto il cantante, lontano dal palco tanto quanto basta per non avere il suo volto coperto da aste di microfoni e pianoforte. Sul palco solo pianoforte, microfono ed un paio di casse. Benjamin sarebbe stato illuminato da un solo occhio di bue puntato dritto verso il basso, perpendicolare al palco.

Calano le luci in sala ed entra l’artista, nel suo famoso oufit: scalzo, trench con niente sotto e pantaloni. Parla pianissimo, per sentirlo c’è bisogno del silenzio più assoluto e per capirlo della massima attenzione.

La luce crea l’atmosfera perfetta, semplice e potente come il setup piano e voce. L’acustica è impeccabile ed entrambi pianoforte e voce suonano profondi e cristallini. Con mia sorpresa Clementine suona Condolence, il pezzo più famoso, nonché il mio preferito, per secondo.

A questo punto l’emozione si taglia con un grissino e comincio a pensare che con la primavera mi sia venuta qualche nuova allergia, perché comincio a sentirmi qualcosa nell’occhio.

Arriva il momento delle fotografie. Solo prendere l’attrezzatura dalle borse e montare gli obiettivi sembra fare un rumore assordante. Preso dai sensi di colpa imposto lo scatto silenzioso, nonostante ci siano comunque gli altri fotografi a mitragliare indisturbati. Tre pezzi passano subito, cercando di catturare i momenti e le espressioni migliori di Benjamin e della violoncellista che intanto era salita sul palco ad accompagnarlo. Non c’è neanche bisogno di muoversi: la scena regalava abbastanza varietà espressiva e spunti di composizione, inoltre passare per i corridoi intorno alla sala sarebbe costato tempo prezioso.

Salgo in galleria al posto che mi era stato assegnato, dal quale riesco ad avere una visione d’insieme della situazione. Il teatro non era sold out, ma era praticamente pieno, e il pubblico era sorprendentemente vario come età: c’erano appena ventenni come coppie di pensionati, ed anche una madre con il figlio di meno di dieci anni. Tutti erano ugualmente affascinati da Clementine ed applaudivano con uguale entusiasmo.

La particolarità di Benjamin è che guardandolo non si capisce da che periodo venga. Il suo stile musicale completamente personale unisce in modo naif influenze distantissime tra loro. Ne viene fuori un cantautorato a metà tra musicista di strada e rock opera, che sa di Nina Simone come di Anthony Hegarty come di William Blake. Ti porta in un posto ben preciso, che però non sai dove, né quando è.

Prematuramente, esce dal palco. Il pubblico capisce e prolunga l’applauso per qualche minuto, aiutandosi alla fine con una tuonante scrosciata di piedi a terra. L’artista torna fuori per il bis.

Si lancia in un arrangiamento che sa di nuovo, ma familiare, cantando in una strana lingua ricca di vocali aperte, che inizialmente avevo identificato come norvegese. Appena mi sono reso conto che effettivamente si trattava di un italiano con un accento molto originale comincia il ritornello di Caruso.

Benjamin Clementine era a Bologna e cantava a pieni polmoni ti voj’ bene assai. Devo dire che poteva andare molto peggio, anzi, mi butto nel dire che sarà probabilmente la cover meglio riuscita che sentirò quest’anno. Le interruzioni e gli inviti a cantare rivolti al pubblico hanno solo reso più intima l’esperienza, e memorabile la performance.

Il bis prosegue per un po’, a mo’ di seconda parte dello spettacolo. Il pubblico richiede il tris. Clementine ci pensa un po’ e suona altri due pezzi, ringrazia di cuore il pubblico e lo saluta tra una pioggia di applausi.

È stata una bellissima esperienza. Una serata che ha riunito giovani e non, fan e passanti in una location suggestiva con un’ottima organizzazione. Spero che la fama di Benjamin Clementine continui a crescere, così che possa unire sempre più gente con la sua musica, che in questa sera mi ha fatto venire molte allergie.

Ah. Non volevo dirlo prima per non rovinare l’atmosfera, ma in galleria qualcuno alla fine di Caruso si è lasciato scappare un ruttino. La cosa mi ha lasciato molto confuso.


Benjamin Clementine su Spotify.

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